No time, no space
Crosta newsletter: stagione 2, episodio 2
Qualcuno pensi alle bambine
Carlotta
Ricollegandomi a quanto dicevo nella scorsa newsletter, non so mai se i miei interessi mi appartengano davvero o se siano solo souvenir pubblicitari: residui color pastello di un bombardamento estetico quotidiano.
Parliamo di skincare, per esempio. Non saprei dire se è una passione che ho scelto io, o se un algoritmo mi ha dolcemente presa per la mano per poi ammanettarmi alla doppia detersione senza lasciarmi via di scampo.
Eppure dentro di me il gesto di aprire un barattolo di crema resta sinceramente mio, intimo come una preghiera privata che scandisce l’inizio e la fine delle mie giornate.
Mi rendo conto, naturalmente, che la skincare non è una scienza redentrice.
Non promette miracoli genetici né metamorfosi1: al massimo, leviga la superficie del destino. È una pratica che rimette ordine ai giorni trasandati. E mi piace proprio per questo: perché non guarisce, ma consola.
Quello che mi attrae non è tanto l’efficacia dei prodotti quanto il rituale stesso, il piccolo teatro dell’acqua, della schiuma, della crema che si scalda tra le dita.
È un rito antico travestito da modernità. Gli archeologi trovano ampolle nei sarcofagi; a me, toccano i flaconi airless nel cassetto del bagno.
Le mummie e io condividiamo il sogno di conservarci.
E tuttavia lo so: sotto la mia dedizione, sotto la mia curiosità, si nasconde una trappola antica. Nascosto dal velo di maya del prendersi cura di sé, si cela ciò che la società si aspetta da noi: bamboline perfette, con pelli di cristallo, senza rughe, cicatrici, peli e pori. Il trend della skincare è in realtà una lotta preventiva contro la decadenza, una guerra che si può vincere solo con la pietra filosofale: quella contro il tempo.
Mi sbilancio nel dire che la paura dell’invecchiamento è, nel contemporaneo, ciò che i disturbi alimentari sono stati per i primi anni Duemila: la stessa ansia di controllo, la stessa estetica della punizione. Chiaramente quest’ultimi non sono stati soppiantati, solamente implementati da una nuova aspettativa di perfezione a cui il nostro povero corpo deve rispondere.
Abbiamo imparato a misurare il valore della pelle come si misurava un tempo la circonferenza delle cosce: con precisione scientifica e disperazione estetica.
E forse, a guardarci da fuori, sembriamo più serene, più emancipate, più sane.
È l’illusione perfetta: questa volta il patriarcato non solo ci vuole far saltare la cena, ma pretende da noi 12 step di skincare coreana prima di andare a dormire. E noi, obbedienti, abbiamo accolto questa imposizione come un atto d’amore per noi stesse. Non c’è manipolazione più elegante di quella che si traveste da libertà.
Presa coscienza di ciò, mi chiedo, era veramente necessaria una linea di skincare per bambini, o meglio, bambine, dai 3 anni in sù? Evidentemente l’attrice canadese Shay Mitchell ha pensato di sì.
Il brand si chiama Rini, ed è presentato come un gioco: “un modo per emulare i genitori”, dicono le pubblicità. La narrazione è tenera, rassicurante e, ovviamente, a maggiore rappresentanza femminile: piccole e buffe maschere viso per bimbe che vogliono imitare la mamma. Peccato che in quelle attività non si giochi, si impara.
Si impara presto che la pelle è una responsabilità. Che la bellezza non è un dono, ma un dovere precoce. Non basta essere educata, composta, infiocchettata e profumata, mentre il tuo compagno di classe si arrampica sugli alberi e torna a casa con il fango addosso e l’orgoglio intatto. Tu devi essere pulita. Perfetta.
Come se la grazia fosse un compito a casa, e il corpo, la tua prima prigione.
Eccoci qui, a tramandare il trauma generazionale con un nuovo starter pack del patriarcato, organico al 90% (qualsiasi cosa voglia dire), vegano e dermatologicamente testato.

L’orientamento di Re Salomone
Andrea
C’è un bar all’incrocio tra via degli orti e via veratti. Ha una grossa insegna per sponsorizzare il Mexican Caffè, ma vi assicuro che non ha assolutamente nulla di messicano. È il tipico bar rimasto fermo agli anni 90, circondato da caffè pettinati che se la credono a sufficienza da farsi chiamare bistrot. È una tappa inevitabile per arrivare alla Lunetta Gamberini, il parco per cani più vicino a casa. Ci vado spesso con Ipa, la mia black indian pale ale (razza che ho appena inventato).
Circa 2 mesi fa, tornando dal parco, c’era un piccolo, vecchio e scorbutico beagle che sorvegliava il suo padrone mentre beveva delle birre al bar. Non deve avere particolarmente apprezzato la nostra prossimità perché, passando di lì, sgridò molto sonoramente Ipa, probabilmente avvertendola che quel bar era suo territorio e che noi cani da “dentro mura” dovevamo tornarcene al nostro quartiere.
Da allora, ogni volta che ci avviciniamo al Mexican, anche quando è chiuso, Ipa si blocca. Si siede. Tira indietro la testa. Mi chiede di non passare di lì, memore della sgridata e consapevole che neanche una pronta marcatura (l’urina che i cani lasciano su oggetti o pareti per lasciare una propria traccia olfattiva) potrebbe concederle di reclamare proprietà su quel piccolo angolo che sa principalmente di grappa, slot machine e sigarette.
Questo però avviene con una peculiarità: succede solo al ritorno.
Perché solo al ritorno? Passiamo davanti allo stesso bar anche all’andata, ma non dà mai segno di titubanza o preoccupazione. L’incontro con il beagle è avvenuto dopo il parco, e quindi forse per Ipa il luogo “pericoloso” non è l’andata, ma il ritorno? O forse nella sua testa canina, andata e ritorno non coincidono: la strada di andata e quella di ritorno non sono lo stesso percorso, ma due esperienze distinte.
Infatti non si attraversa mai lo stesso fiume bla bla bla. Ma i cani, che fiume vedono? La scienza dice che hanno una mappa mentale dello spazio che unisce memoria, odori e direzioni magnetiche. Alcuni studiosi hanno perfino ipotizzato che si orientino grazie al campo magnetico terrestre: ci sono esperimenti che mostrano cani che, lasciati liberi in un prato, scelgono di fare pipì allineandosi nord-sud.
Eppure basta molto meno: un odore, un rumore, un’esperienza. È pieno di storie di cani che ritrovano la strada di casa da chilometri di distanza, che tirano davanti al bar in cui anni prima hanno ricevuto mezza brioche, che si piantano davanti alla porta della persona che amano anche se quella persona si è trasferita. La loro geografia è affettiva e concreta allo stesso tempo.
E non è un caso: la capacità di orientarsi non è un vezzo, è una necessità evolutiva. I lupi che hanno imparato a leggere il territorio, a rispettare i confini degli altri branchi, a ricordare dove si trovavano le prede, hanno avuto più chance di sopravvivere. È la geografia sociale che ha permesso al branco di esistere senza autodistruggersi.
I cani, forse, sono entrati nelle nostre vite proprio così: orientandoci. Trovavano le piste, seguivano gli odori, ci avvertivano dei pericoli, ci aiutavano a cacciare. Insomma, dei compagni di strada.
Così, quando Ipa si pianta davanti al bar, io penso che non sia semplice paura. È memoria, è geografia sociale. Lei ha segnato il confine: “Da qui non si passa”. Il territorio è tutto, e sebbene i confini non esistano davvero, vanno per qualche motivo rispettati.
E allora tocca a me aggirare il bar. Perché a volte la lezione di un cane è saper riconoscere il limite, per poi trovare un’altra strada.
L’immagine più interessante che vedrai oggi:

Avvistamento canetto della settimana:
Consiglio canzone della settimana:
Sondaggio della settimana:
(riproponiamo quello della settimana scorsa a causa di errore tecnico)
Chat privata:
Mai avrei immaginato di ricevere una querela per colpa delle parole scritte in questa newsletter. Eppure è ciò che è accaduto. Sono costretto dunque a chiedere formalmente scusa a Lollo, per aver insinuato la sua inclinazione al baro e al sotterfugio durante le attività di birdwatching: Lollo scusa, non hai mai sostenuto di aver trovato un pinguino imperatore a Montefiore Conca.
o forse dovrei dire trasformazioni…






